Maurizio Turrini e la sua esperienza missionaria in Uganda

Maurizio Turrini è un religioso dell’opera Famiglia di Nazaret nata il 28 Gennaio 1956, fondata dal padre Gino Silvestrelli a Verona. Si dedica principalmente agli adolescenti, alle famiglie e ai sacerdoti. È presente sia il ramo femminile sia quello maschile. L’opera organizza missioni per i giovani e campi estivi. Maurizio da Ottobre 2017 lavora come missionario nella casa in Uganda.

 

Da dove è nata la tua vocazione religiosa?

La mia vocazione religiosa è nata da un incontro, un’esperienza personale con Gesù nella preghiera in un ritiro spirituale a Verona nella casa di Nazaret di Solane. Era la mattina del 18 Agosto 2007. Dopo la meditazione di un sacerdote, che ha fatto fare a noi ragazzi un’ora di silenzio, suggerendoci di andare in chiesa o di camminare in silenzio fuori dicendo il rosario o leggendo alcune pagine del Vangelo. Avevo deciso di uscire perché faceva caldo ed era una bella giornata e mentre stavo leggendo il Vangelo ho sentito una voce nel cuore. Mi sono chiesto chi fosse colui che stesse parlando poiché ero solo. Quella voce dolce, piena d’amore ha cambiato il futuro della vita e mi disse: “Testimonia il Vangelo”. Dopo questo fatto ero pieno di gioia, ero felice e mi sono sentito amato da Dio. Da quel momento ho deciso di seguirLo e lasciare tutto. Per questo motivo al momento sono un fratello religioso.

 

Come hai reagito quando il padre superiore ti ha proposto di trasferirti in Uganda?

Nel giugno del 2017 ho finito l’università della Teologia di Verona e come regolamento dell’istituto religioso, prima dei voti solenni, il generale dell’opera manda i ragazzi per un anno in una delle sette case che abbiamo. Sei si trovano in Italia mentre l’altra in Uganda. Mi propose di trasferirmi nella casa in Uganda, inaugurata a luglio del 2010. Ho subito accettato la proposta poiché ero curioso di vedere e aiutare la gente del posto. Mi sono immediatamente sentito un missionario, pronto per fare una breve esperienza in Uganda. Dopo aver visto documentari e filmati in TV ho avuto finalmente la possibilità di toccare con mano questa nuova realtà. Per questo motivo ho accettato con molto entusiasmo questa nuova esperienza.

 

Come ti hanno accolto i bambini e ragazzi appena sei arrivato nella casa?

Alla volta di questa nuova esperienza con me sono partiti due sacerdoti e due suore e dopo un lungo volo siamo atterrati in Uganda alle 9.00 del mattino, due ore avanti rispetto l’Italia. Appena arrivato ero stanco, ma avevo molta voglia di cominciare e incontrare persone nuove. Non volevo perdere tempo, ma c’era un problema: non conoscevo la lingua. L’inglese lo conosco poco e soprattutto poche persone parlano l’inglese. La maggior parte degli abitanti parla il Rugnan Corer, la lingua locale, poiché tanta gente è povera e non si può permettere la scuola. Inoltre l’inglese, qua in Uganda, ha accenti e termini diversi da quelli usati in Inghilterra. I bambini appena mi hanno visto mi dissero: «Himmu sungo», cioè uomo bianco. Nella nostra comunità, grazie all’incoraggiamento dell’arcivescovo di Mbarara, abbiamo fondato una scuola nel 2013 per dare l’opportunità ai ragazzi di studiare. Molti giovani non andavano a scuola, ma cominciavano subito a lavorare e le ragazze ancora molto giovani venivano consegnate in case come mogli. Ora ci sono 970 ragazzi nella scuola, l’unica cattolica della zona, divisi tra elementari, medie e superiori. Questi numeri stanno continuando ad aumentare. Appena mi vedono mi corrono in braccio, sono così dolci e semplici, ma poverissimi. Alcuni non possiedono neanche le scarpe e i vestiti, ma allo stesso momento sono felici e i loro occhi brillano sempre di gioia anche nella sofferenza. La loro voglia di amare e di vivere è maggiore rispetto alle difficoltà che ci sono davanti al loro cammino.

 

 

In questo nuovo ambiente quali sono i tuoi compiti/ruoli durante la giornata?

La mia giornata tipo comincia con la sveglia alle 5.40 e alle ore 6.10 c’è la celebrazione della Santa messa con i tredici seminaristi e quattro nuovi aspiranti. Alle 7.00 accompagno i seminaristi, tra i 12 e 18 anni, a scuola e alle 7.30 con il sacerdote e i quattro aspiranti recitiamo le lodi mattutine. Alle ore 8.20 c’è la colazione e alle 9.00 noi ragazzi ci dividiamo in due gruppi: il sacerdote fa lezione di catechismo, mentre io insegno italiano ai tre giovani ventitreenni postulanti. Dalle ore 10.30 fino alle 12.45 ci dedichiamo al lavoro manuale, cioè tagliare la legna, l’erba, pulire le stanze e la chiesa. Alle 13.00 ci ritroviamo insieme per il pranzo e alle 13.40 c’è il ritrovo in chiesa per la preghiera di ringraziamento. Dalle 14.00 alle 15.00 tutti noi abbiamo un’ora di ricreazione libera, finito questo momento i due gruppi si scambiano le attività e dalle 16.00 alle 17.15 c’è il momento dedicato allo studio. Poi alle 17.20 ci ritroviamo per il rosario e l’adorazione, mentre alle 18.00 ritornano i tredici seminaristi della scuola e facciamo merenda. Alle 18.15 tutti riuniti in chiesa recitiamo i vespri e leggiamo una lettura spirituale.  Successivamente fino alle 19.30 c’è un altro breve momento di studio per i ragazzi e poi ci ritroviamo per la cena. Dalle ore 20.00 ci è concesso un momento di svago, nel quale giochiamo a carte, a ping-pong e ascoltiamo musica. A turni, dopo la cena, laviamo i piatti e puliamo la sala da pranzo fino alle 21.15 dove ci ritroviamo per pronunciare le preghiere della sera. Poi c’è un terzo momento della giornata dedicato allo studio fino alle 22.30, orario in cui i ragazzi devono andare a dormire. Il sabato pomeriggio è il giorno del catechismo, nel quale arrivano anche alunni da scuole più lontane. I ragazzi sono circa 400. Io e un seminarista, che mi fa da interprete, prepariamo i bambini per la prima comunione. Alla domenica invece dormiamo un po’ di più. Ci alziamo alle 6.30. Poi le messe vengono celebrate alle ore 7.00, 9.00, e 11.00, che durano due ore, non come in Italia. Alla messa delle ore 11.00 tutte le domeniche ci sono circa 1000 persone ed è davvero emozionante vedere così tanta gente.

 

 

È stato difficile ambientarsi in un luogo dove la cultura è completamente diversa da quella italiana?

Ambientarmi per me è stato semplice, mi sono ambientato subito. Appena arrivato ho organizzato una partita a calcio, anche se il campo è diverso dal nostro poiché le porte sono di legno e il campo è di terra. Mi sono portato da casa le scarpe da calcio, ma mi vergogno perché qua tutti giocano a piedi nudi. La gente ha apprezzato il mio carattere perché anche non conoscendo la lingua locale sono riuscito a farmi capire con i ragazzi e subito i bambini hanno iniziato ad ascoltarmi e a divertirsi con me. Qua in Uganda tutti ballano e mi diverto molto a ballare e cantare con loro. Il clima è molto diverso dall’Italia. Non fa mai freddo ed è come se ci fosse sempre primavera ed estate. Però c’è un problema: l’acqua. Infatti bisogna pregare che piova, altrimenti non si riesce a bere. Se avanza la si usa per lavarsi. Ora qua in Uganda sta terminando la stagione delle piogge e grazie al Signore quest’anno ha piovuto, così abbiamo la scorta per i mesi successivi. Prendiamo l’acqua piovana dalle cisterne e la teniamo con cura per poi sfruttarla durante i mesi di siccitá. Inoltre bisogna stare attenti nel guidare la macchina perché il volante è a destra e si guida nella corsia opposta a quella italiana, come in Inghilterra.

 

Cosa ti manca di più dell’Italia?

Mi manca la cucina italiana, specialmente la pizza. Sono partito da Verona che pesavo 77 Kg, mentre ora ne peso 67 Kg. Al ritorno ad Ottobre spero proprio di non arrivare a pesare 57 Kg. Qua in Uganda si mangia tutti i giorni riso, fagioli, patate, matoke (banane cotte), polenta bianca chiamata poscio e le cavallette. Due volte al mese uccidiamo la capra e facciamo festa. Per capire questo livello di povertà consiglio di guardare il film L’albero degli zoccoli. Per coltivare la terra non esistono trattori, ma si fa tutto a mano con badili e zappe. Solo vivendo in queste condizioni si può capire effettivamente quanta povertà c’è in Africa.

 

In luoghi dove le persone hanno meno possibilità economiche rispetto a noi occidentali, è vero che possiedono una felicitá e fede in Dio maggiore?

Dalla mia esperienza posso confermare perché qua la gente lavora solo per poter mangiare e mantenere i propri figli che sono numerosi. Ogni famiglia possiede almeno cinque bambini. Vivono in una casa, anche se non è il termine più appropriato. Molti non hanno i letti, ma una specie di materasso. Alla sera alle 19.30 si resta in casa. Poche persone escono poiché non esistono luoghi come le birrerie o discoteche italiane. La povertà aiuta a non prendere i vizi. Molte persone prendono la malaria o il tifo e muoiono perché non hanno soldi per potersi pagare le medicine. C’è tanta povertà e per questo motivo si affidano a Gesù Cristo e invocano lo Spirito Santo. Allo stesso tempo, strano ma vero, sono felici. I bambini non possiedono giocattoli come i nostri, ma sono felici nel poco che hanno. Si costruiscono una macchinina con le bottigliette di plastica e le ruote con i tappi. La loro altalena è una corda appesa alla pianta. Hanno una felicità e speranza in Gesù. Infatti come è scritto nel Vangelo al capitolo 5, versetto 1-12 di Matteo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Sono i poveri quelli distaccati dalle ricchezze, quelli che confidano tanto in Dio. Gesù sicuramente li ama e gli manda quella forza, quella fede, quella grazia di essere felici nel poco che hanno.»

 

 

In futuro, una volta presi i voti, vorresti ritornare a prestare assistenza in Uganda o hai altri progetti per la tua vita?

Una volta presi i voti mi piacerebbe tornare se la Provvidenza me lo permetterà. Stando in Uganda con tanta gente povera e bambini che hanno bisogno di affetto. Sono loro che mi spingono a tornare. Ci sarebbe tanto da fare, abbiamo 1000 studenti. La nostra opera è principalmente dedicata agli adolescenti. Per le vocazioni religiose abbiamo dei seminaristi, il lavoro non manca. Bisogna avere lo spirito missionario e capire se il Signore mi aprirà  la strada per questa missione in Uganda.

Francesco Pellizzari

Francesco Pellizzari

Sono un diciasettenne appassionato di tecnologia, videogiochi e film che frequenta la terza liceo.

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