Niccolò Ronchi: da Visano a New York grazie alla sua musica

Niccolò Ronchi è un giovane pianista di Visano che, dopo aver conseguito il diploma presso l’Accademia Nazionale Santa Cecilia a Roma e aver studiato al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, è riuscito ad ottenere una fama internazionale.
Da circa qualche mese è molto attivo su Instagram, piattaforma molto utile per farsi conoscere e condividere la propria passione e le proprie emozioni con altra gente appassionata di musica classica, o semplicemente con coloro che amano il pianoforte. In pochi mesi ha così raggiunto la soglia di 10.000 followers: molti di loro gli chiedono anche consigli su come migliorare tecnicamente. Per questo motivo sta pensando di creare video lezioni per poter comunicare il suo percorso di studi e aiutare coloro che chiedono dei miglioramenti.

Come è nata la tua passione per la musica? A che età hai cominciato a suonare il pianoforte?
In realtà devo dire che più che una mia passione all’inizio era la passione dei miei genitori, soprattutto di mio padre, il quale era un pianista amatoriale. Entrambi proposero a me e a mio fratello minore Jacopo di iniziare a suonare il pianoforte. La passione vera, l’amore, è scoppiato più tardi verso i 14/15 anni, ma mi impegnavo molto anche prima. Ho cominciato a suonare circa all’etá di 6 anni.

I tuoi genitori hanno sempre sostenuto questa tua passione o in certi momenti hanno cercato di impedire di fare della tua passione il tuo lavoro?
No, assolutamente i miei genitori non mi hanno mai ostacolato, anzi nei primi anni mio padre è stato una figura fondamentale di riferimento. Nei primissimi anni ho studiato con un violinista, il quale non aveva una preparazione prettamente pianistica. Mio padre essendo un grande appassionato possedeva una forte musicalità e una grande conoscenza della musica, per questo motivo è sempre stato una figura di riferimento. Mi ha sempre sostenuto a tal punto che ogni sabato accompagnava me e mio fratello a Verona per le lezioni di piano. Successivamente, crescendo, ho imparato ad arrangiarmi da solo sia economicamente che psicologicamente.

 

Durante la tua formazione hai avuto l’opportunità di incontrare e conoscere i migliori maestri del panorama internazionale, chi ti ha aiutato di più? Chi ti ha colpito maggiormente dal punto di vista professionale?

Ho avuto l’opportunità di lavorare con numerosi maestri famosi tra cui il maestro Vincenzo Balzani con il quale ho studiato a Milano durante il biennio di perfezionamento pianistico. Il maestro Balzani fu il primo, dopo il diploma, ad alzare l’asticella. Inoltre ho studiato anche con Franco Scala, il direttore dell’Accademia pianistica di Imola e Leone di Margarius, maestro di origine russo-ucraina con il quale ho studiato per diversi anni. L’ultimo maestro con cui lavorai fu il maestro e concertista di fama internazionale Benedetto Lupo. Ciò accadde qualche anno fa quando presi il diploma all’Accademia nazionale di Santa Cecilia a Roma, l’accademia più importante d’Italia. Tutti i maestri a modo loro mi hanno insegnato qualcosa, se devo dire chi tra loro mi ha rivoluzionato completamente la vita sicuramente è stato il maestro russo Leonid Margarius. Lo incontrai nell’estate dei miei 19 anni e fu una sorta di “folgorazione” poiché la scuola pianistica russa ha precetti completamente diversi da qualsiasi altra scuola pianistica. Mi innamorai così del suo modo di fare musica. Questi furono anni di follia poiché misi in discussione tutto quello che avevo imparato nei 14 anni precedenti. In questo periodo studiavo mediamente 11 ore al giorno tutti i giorni. Questi anni furono molto intensi di lavoro, i quali però portarono numerosi risultati. Anche il maestro Benedetto Lupo mi ha dato parecchi spunti. Furono specialmente loro le personalità che hanno influito maggiormente su di me poiché con loro ho lavorato in modo più continuo rispetto ad altri maestri con cui lavorai.
Dal punto di vista professionale mi ha colpito di più il maestro russo Margarius, il quale grazie alla sua personalità mi ha reso ancora più determinato.

Fin da giovanissimo hai partecipato a numerosi concorsi pianistici nazionali e internazionali, tra i quali hai conquistato ben 51 primi premi. Quali emozioni si provano nel vincere concorsi pianistici di così alto prestigio?

Ho partecipato a tantissimi concorsi pianistici specialmente tra gli 11 e 15 anni. Sono stati dei mezzi con cui sono passato dalle realtà provinciali e regionali ai contesti nazionali. Sono stati un grande stimolo, essendo io una persona molto competitiva. Per questo motivo prima di un concorso mi preparavo per vincere. I concorsi pianistici sono un po’ diversi poiché la tua vittoria non decreta l’insuccesso dell’altro, ma è una sfida contro te stesso nel raggiungere una sorta di perfezione ideale. Non mi curavo tanto degli altri concorrenti, ma cercavo di fare il mio meglio. A livello psicologico sono molto stressanti, anche se sono stati parte della mia formazione pianistica. Ho ricominciato a fare moltissimi concorsi verso i 19 anni fino ai 24, tanto che facevo circa un concorso ogni due mesi, poiché in questo periodo mi mantenevo già economicamente. Attraverso la vincita di questi concorsi oltre ad ottenere una borsa di studio in denaro, in palio c’erano anche dei concerti. Fu proprio attraverso questi concerti che da adolescente ebbi l’opportunità di cominciare a farmi conoscere.
Suonare in concorso e in concerto sono due cose completamente diverse. In concorso si deve cercare di raggiungere la perfezione e la pressione psicologica è enorme. Come nella ginnastica artistica l’esercizio dura un minuto, nei concorsi pianistici dura un’ora, basta poco per mandare tutto all’aria sapendo che potrà arrivare un russo o un cinese che sono stati perfetti quando invece tu non lo sei stato. Io non partecipavo ai concorsi solo per partecipare, ma il mio scopo era vincere. Vincere era così il riconoscimento personale delle 11 ore giornaliere di studio.

Come ti sei sentito quando per la prima volta hai stretto tra le mani il tuo primo album composto da brani da te stesso composti? La composizione dell’album è qualcosa che si allontana dalla mia formazione prettamente classica. Mi è sempre piaciuto improvvisare fin da adolescente, poi quasi per gioco proposi una mia improvvisazione su una melodia e ciò piacque molto al pubblico, anche a quello classico. Grazie anche ad una storia d’amore molto intensa iniziai a scrivere in nero su bianco queste improvvisazioni, raccolte successivamente in un CD contenente 11 tracce intitolato Songs without words. Brani molto melodici ed orecchiabili, frutto della mia quotidianità.

Quali sono i riconoscimenti più prestigiosi che hai ottenuto? A quali tieni di più? Per un musicista ciò che conta è l’onestà artistica nei propri confronti, al di là dei riconoscimenti. Non sempre un riconoscimento corrisponde alla propria abilità artistica, nel senso che un riconoscimento non coincide con il massimo obiettivo raggiunto. Ci sono stati però concerti che mi hanno dato grosse soddisfazioni, ad esempio la vincita nel 2006 ad un concorso pianistico internazionale a Roma, tra 60 partecipanti solo 2 erano italiani. Io riuscii a vincere il primo premio assoluto, il quale da circa 15 anni un italiano non vinceva. Poi a livello di soddisfazioni ci fu un evento più banale, cioè l’ammissione al’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Fu così importante perché quello fu il primo anno in cui il maestro Benedetto Lupo prese la cattedra e tutti volevano collaborare con lui. Circa un centinaio di pianisti italiani e non solo parteciparono alle selezioni, ma solamente tre vennero accettati e io fui uno di quelli. Fu una grande soddisfazione perché io smisi quasi di suonare per quattro anni, dai 24 ai 28 anni circa, per varie ragioni tra cui anche un po’ di stanchezza personale. Quando ripresi a suonare provai la selezione e venni subito accettato. Un altro riconoscimento importante fu la mia prima trasferta americana nel 2016 quando mi si spalancarono le porte degli Stati Uniti e riuscii veramente a fare una grande impressione sul pubblico newyorkese e da quel momento mi si aprirono un sacco di opportunità a livello professionale. I riconoscimenti che tengo di più sono, come ho citato prima, l’ammissione al’Accademia Santa Cecilia e la partecipazione al mio primo festival americano, tra 800 pianisti in tutto il mondo solo 12 vennero selezionati. Inoltre anche la vincita di altri concorsi internazionali e il confronto con certi docenti che hanno lasciato commenti lusinghieri nel modo in cui suono.

Artisticamente parlando ti trovi meglio in Italia o al’estero?
Ad essere sinceri l’Italia è la culla della cultura, dell’arte e della musica, ma devo dire che mi trovo molto meglio al’estero, tant’è che l’ultimo anno e mezzo l’ho trascorso negli Stati Uniti, il paese in cui mi esibisco maggiormente. Il problema dell’Italia è duplice, poiché così come siamo la culla dell’arte, l’arte nello statale viene sfrattata, vengono continuamente tagliati i fondi da parte del governo e le orchestre chiudono. Un po’ è colpa anche degli Italiani poiché quando dico che sono un concertista mi chiedono quale sia il mio vero lavoro, ritenendo questo un hobby. Al’estero, ovviamente non dappertutto, ma specialmente negli Stati Uniti, in Cina e in Corea i musicisti sono quasi considerati delle star. Anche nel resto dell’Europa come in Germania e in Francia purtroppo la figura del musicista è molto più riconosciuta di quanto non lo sia in Italia. Lo so che non è bello parlare di soldi, ma al’estero pagano anche 5 o 6 volte di più rispetto che in Italia e i musicisti vengono riconosciuti come figura professionale. Inoltre in Italia si tende ad osannare il russo mentre al’estero il Made in Italy è considerato sinonimo di eccellenza. Anche se io non la penso così, lo vedo in modo più meritocratico, cioè si deve dare una possibilità a chiunque.

In questi ultimi anni hai suonato nei teatri più prestigiosi al mondo, quali tra queste esperienze terrai sempre nel cuore?
Faccio fatica a rispondere a questa domanda poiché ciò che mi rende veramente soddisfatto è l’alzarmi dallo sgabello del pianoforte e più che vedere o meno l’applauso scrosciante del pubblico è il sapere che ho fatto il massimo che potevo fare. Ho suonato centinaia di volte in pubblico e se dovessi dire le volte in cui mi sono alzato dal palco davvero soddisfatto dell’intero concerto penso che le posso contare sulle dita di una mano e spesso non coincidono con i luoghi più prestigiosi in cui ho suonato. Per questo motivo è difficile dare una valutazione. L’importante è dare il meglio. Uno dei ricordi più belli che ho, il concerto nel quale ho suonato meglio nella mia vita, risale al 2009. Suonai in una pieve storica a Corticelle del Pieve in provincia di Brescia. Quella sera inoltre venni anche registrato. Tutte le registrazioni dei miei concerti sono disponibili sul mio canale YouTube. Un’altra grande soddisfazione fu un concerto alla Dixie state University nello Utah a St. George nella quale mi alzai dallo sgabello molto soddisfatto. Queste soddisfazioni non dipendono dal prestigio della location, ma dalla prestazione artistica.

Ora quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho molti progetti per il futuro. Sono appena stato a Londra per suonare e per incontrare una violinista di origini francesi che ho conosciuto a New York, con la quale sto avviando un nuovo progetto. Dopo Pasqua partirò per gli Stati Uniti e una volta tornato andrò a Roma, a Trieste e per la fine di Giugno partirò ancora per gli Stati Uniti, dove andrò a suonare in Florida, California e New York. Successivamente ritornerò in Italia e andrò a suonare per la fondazione del principe Alberto di Monte Carlo durante un convegno e una manifestazione che vuole prendere in rassegna la musica e l’ecologia. A luglio farò una tournée in Sicilia che durerà fine al mese di agosto. Ritornerò negli Stati Uniti per un mese dove suonerò in diversi stati, dalla California allo Utah, Las Vegas, Florida, New York e in South Carolina. Questo tour sarà una cosa molto interessante poiché presenterò un nuovo progetto di mia creazione, una sorta di concerto intitolato Violin VS Piano perché si tratterà di una sfida tra i due strumenti solistici per eccellenza. Proporremo principalmente il repertorio pianistico classico, nel quale il pianoforte e il violino si sfideranno a vicenda e sarà una cosa completamente nuova. Questo progetto ha l’obiettivo di far avvicinare più gente alla musica classica, proponendo contenuti classici in una nuova forma che può essere quasi considerata come uno show. Inoltre a breve mi rimetterò le vesti di compositore per creare un secondo CD.

Francesco Pellizzari

Francesco Pellizzari

Sono un diciasettenne appassionato di tecnologia, videogiochi e film che frequenta la terza liceo.

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